Studio legale

Avvocato Claudia Pesaresi

APP TRIB BOLOGNA] Persone fisiche e giuridiche - Associazioni - Associazione nazionale (ENPA) - Natura di associazioni autonome delle sezioni provinciali - Esclusione - Sottrazione della sezione provinciale ai poteri di coordinamento e controllo dell’ente nazionale - Dotazione di statuto autonomo incompatibile da quello nazionale e di nuovi organi - Espulsione dei soci scissionisti - Usurpazione di segni distintivi - Cessazione dell’uso dei segni nazionali - Detenzione sine titulo dei beni della sezione - Rivendica dei beni immobili occupati - Sussistenza - Risarcimento del danno - Esclusione - Rif.Leg.artt.12 cc;art.2 RD 1284/39;artt.2,4 L.303/54;artt.6,12,22 Dpr 1293/62

Sentenza n. 87/04

Del 19/11/2003

Deposito il 14/01/2004

Cron.n. 246

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI BOLOGNA

Sezione III^ Civile

 

Riunita in Camera di Consiglio in persona dei Signori Magistrati:

 

dott. CARLO VECCHIO Presidente

dott. FLAVIO DE SANTIS Consigliere

dott. GIUSEPPE COLONNA Consigliere rel.

 

ha pronunciato la seguente

 

SENTENZA

 

nella causa civile in grado di appello iscritta al n.924 del ruolo generale dell’anno 2002 posta in decisione all’udienza collegiale del 24.6.2003

 

promossa da:

 

Tutela Animali Bologna 1981 (già l’ENPA Sezione Bologna), in persona del legale rappresentante pro tempore, con sede in Bologna, elettivamente domiciliata in Bologna, via Farini 24, presso lo studio degli avvocati Antonio e Michele Binni, che la rappresentano e difendono, come da procura a margine dell’atto di citazione in appello

- Appellante

 

contro:

 

E.N.P.A. - Ente Nazionale per la protezione degli animali, in persona del legale rappresentante pro tempore, con sede in Roma, elettivamente domiciliata in Bologna, via Barberia 28, presso lo studio dell’avv. Paola Dalleolle, che la rappresenta e difende unitamente all’avv. Rossella Ognibene come da procura a margine della comparsa di risposta

- Appellata

 

e contro:

 

E.N.P.A. Sezione provinciale Commissariata di Bologna, presso il domicilio eletto in primo grado nella studio dell’avv. Paola Dalleolle, in Bologna, via Barberia 28

- appellata contumace

 

IN PUNTO A:

appello avverso sentenza n.1407 del Tribunale di Bologna in data 11.4.2002

 

OGGETTO

“Associazione”

Conclusioni per l’appellante

“Piaccia alla Ecc.ma Cotte d’Appello di Bologna, contrariis rejectis, in accoglimento della preannunciata inibitoria, previa sospensiva in limine litis ex art. 283-351 c.p.c. dell’efficacia esecutiva della sentenza resa inter partes, così giudicare:

A) nei confronti dell’ente nazionale per la protezione degli animali con sede in Roma (rectius: ente centrale dell’E.N.P.A.)

- riformare, in accoglimento del presente atto d’appello, la sentenza n. 1407/02, resa inter partes dal G.I. del Tribunale civile di Bologna in funzione di Giudice Unico, nelle cause riunite n. 5832/96 e n 3791/97 di R.G., mai notificata, dichiarando la piena legittimità, a favore della Associazione appellante, della denominazione “ente nazionale per la protezione degli animali, Sezione di Bologna e del suo uso per esteso o nella sigla “E.N.P.A”, Sezione di Bologna” - su carta intestata; tessere; o su qualunque altra forma comunicativa, pubblicità compresa, respingendo, per l’effetto, tutte le domande avversarie, compresa quella di rivendica, siccome infondate in fatto e in diritto, previo riconoscimento in capo all’appellante, della qualità di associazione autonoma non riconosciuta, sebbene associazione associata dipendente rispetto all’appellata ente nazionale per la protezione degli animali con sede in Roma e, perciò, di quest’ultima facente parte integrante ad ogni fine e ad ogni effetto.

Con vittoria di spese dei due gradi di giudizio

b) nei confronti dell’E.N.P.A sezione provinciale di Bologna commissariata :

ferme tutte le conclusioni assunte nei confronti dell’E.N.P.A. - sede di Roma - da valere pure avverso l’E.N.P.A. sezione provinciale di Bologna commissariata”

- dare atto che non può esistere alcun contraddittorio fra questa appellata e l’associazione odierna appellante, e perché controparte non esiste che nominativamente, e perché la stessa non ha mai assunto alcuna conclusione nei confronti della parte odierna impugnante;

- dare atto da ultimo, che l’associazione appellante non intende accettare il contraddittorio su qualunque domanda che la sezione provinciale di Bologna commissariata avanzasse - in ipotesi - nei suoi confronti del corso del presente grado di giudizio”.

 

Conclusioni per l’appellata E.N.P.A. Nazionale

Contrariis rejectis, piaccia all’Ill.ma Corte d’Appello di Bologna in ordine all’appello ex adverso proposto:

- respingere ogni domanda nuova formulata dall’appellante con le conclusioni di cui al punto a) e al punto b) dell’atto di citazione in appello;

- respingere l’appello principale e confermare la sentenza Tribunale Bologna n. 1407 del 11 aprile 2002 per le statuizioni non coinvolte dall’appello incidentale svolto dell’appellata, e confermare pertanto le statuizioni seguenti:

1) Dichiarare l’illegittimità dell’uso da parte dell’associazione appellante della denominazione “Ente nazionale di protezione animali Sezione di Bologna ” della

sigla “ENPA” come tale e/o nel corpo di parole, frase o altro segno distintivo - nonché di simboli, tessere e carte intestate o di quant’altro porti la denominazione “Ente nazionale protezione animali” o “Ente nazionale protezione animali - Sezione di Bologna o semplicemente la sigla “ENPA”;

2) Condannare l’associazione appellante ad astenersi dall’utilizzo della denominazione Ente Nazionale Protezione Animali Sezione di Bologna della sigla “ENPA” come tale e/o nel corpo di parole, frase o altro segno distintivo - nonché di simboli tessere e carte intestate o di quanti altro porti la denominazione “Ente nazionale protezione animali” o “Ente nazionale protezione animali - Sezione di Bologna” o semplicemente la sigla “ENPA”;

3) Dichiarare la titolarità in capo a parte appellata del diritto di proprietà di entrambi gli immobili de quibus, e per l’effetto condannare la parte appellante all’immediata restituzione dei medesimi beni alla contro parte, liberi da cose e da persone;

IN VIA DI APPELLO INCIDENTALE

a - con riferimento alla causa civile di primo grado RG

5832/96 (per la tutela della denominazione)

- dichiarare il difetto di autorizzazione a stare in giudizio del Presidente dell’Associazione non riconosciuta convenuta in primo grado, per mancanza della previa e necessaria specifica autorizzazione dei Consiglio Direttivo, prevista dall’at 4 dello Statuto dell’associazione convenuta, approvato nell’assemblea del 18 settembre 1993, e registrato all’Ufficio del Registro di Bologna nell’aprile 1997;

- per l’effetto della statuizione di cui sopra, preso atto che il difetto di autorizzazione a stare in giudizio attiene alla regolare costituzione in giudizio della parte e che lo stesso difetto è sanzionato ai sensi dell’art 182 c.p.c. con la pronuncia di decadenza rispetto alle attività che avrebbero dovuto essere svolte anteriormente alla sua regolarizzazione, dichiarare la decadenza di parte convenuta in primo grado dai mezzi istruttori dalla stessa dedotti con le memorie e repliche istruttorie versate in atti, in quanto 1′indicazione dei mezzi di prova doveva avvenire entro i termini perentori contenuti nell’ordinanza del Giudice Istruttore in data 12 novembre 1996, e prima di quei termini la convenuta non ha provveduto a regolarizzare la sua costituzione in giudizio;

- dichiarare l’inammissibilità di domande riconvenzionali svolte in modo irrituale da parte convenuta in primo grado in quanto non contenute nella comparsa di costituzione da depositarsi nei 20 giorni anteriori alla prima udienza, e sulle quali parte attrice in primo grado non ha mai dichiarato di accettare il contraddittorio;

b - con riferimento alla causa civile di primo grado RG 3791/97 (azione di rivendica del patrimonio immobiliare)

- dichiarare il difetto di autorizzazione a stare in giudizio del Presidente dell’Associazione non riconosciuta convenuta in primo grado, per mancanza della previa e necessaria specifica autorizzazione del Consiglio Direttivo, prevista dall’art 4 dello Statuto dell’associazione convenuta approvato nell’assemblea del 18 settembre 1993, e registrato all’Ufficio del Registro di Bologna nell’aprile 1997;

- per l’effetto della statuizione di cui sopra, preso atto che il difetto di autorizzazione a stare in giudizio attiene alla regolare costituzione in giudizio della parte e che è sanzionato ai sensi dell’art. 182 c.p.c. con la pronuncia di decadenza rispetto alle attività che avrebbero dovuto essere svolte anteriormente alla sua regolarizzazione, dichiarare la decadenza di parte convenuta dalle domande riconvenzionali svolte nella comparsa di costituzione nella causa RG 3791/97, e dichiarare la decadenza di parte convenuta dai mezzi istruttori dalla stessa dedotti con le memorie e repliche istruttorie versate in atti, in quanto l’indicazione dei mezzi di prova doveva avvenire entro i termini perentori contenuti nell’ordinanza del Giudice Istruttore in data 12 novembre 1998, e prima di quei termini la convenuta in primo grado non ha provveduto a f regolarizzare la sua costituzione in giudizio;

- dichiarare l’inammissibilità di domande riconvenzionali svolte in modo irrituale da parte convenuta, in quanto non contenute nella comparsa di costituzione da depositarsi nei 20 giorni anteriori alla prima udienza, sulle quali parte attrice in primo grado ha sempre dichiarato di non accettare il contraddittorio;

- fermo restando l’accertamento che l’associazione non riconosciuta già autodenominatasi Enpa Sezione di Bologna detiene senza titolo alcuno l’immobile sito in Bologna, Via Zamboni n. 59, condannare l’associazione non riconosciuta predetta a risarcire il danno conseguente alla predetta occupazione senza titolo in misura non inferiore a quanto ritraibile in forza di locazione, da stabilirsi con apposita consulenza tecnica, a far data quantomeno dalla notifica dell’atto di citazione;

- fermo restando l’accertamento che l’associazione non riconosciuta autodenominatasi Enpa Sezione di Bologna detiene senza titolo alcuno l’immobile sito in Bologna, Via dell’Unione, n 7, condannare l’associazione non riconosciuta predetta a risarcire all’ENPA il mancato godimento dell’immobile sito in Bologna, Via dell’Unione n 7, in misura corrispondente al profitto che la associazione non riconosciuta predetta ne ha tratto, o quantomeno in misura non inferiore al valore locativo dello stesso, da stabilirsi con apposita consulenza tecnica, a far data quantomeno dalla notifica dell’atto di citazione

Con vittoria delle spese, competenze ed onorari sia del primo grado (con revisione della compensazione integrale disposta dal Giudice di prime cure) che del secondo grado di giudizio, maggiorate del 10% ex lege professionale”

 

LA. CORTE

udita la relazione della causa fatta dal Consigliere dottor Giuseppe Colonna;

udita la lettura delle conclusioni prese dai procuratori delle parti;

letti ed esaminati gli atti e i documenti del processo;

ha così deciso:

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con atto di citazione ritualmente notificato in data 1.10.1996 l’Ente nazionale per la protezione degli animali conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Bologna l’Ente nazionale per la protezione degli animali - Sezione di Bologna ed esponeva che: a) la L. 11.4.1938 n. 612 aveva istituito l’ENPA come ente morale ed il successivo R.D. 2.5.1939 n. 1284 ne aveva costituito l’ordinamento ed aveva attribuito personalità giuridica propria alle sezioni provinciali, fino a quando la L. 19.5.1954 n. 303 aveva attribuito allo stesso ENPA Nazionale personalità di diritto pubblico con abrogazione delle precedenti norme incompatibili, ivi compreso il conferimento della personalità giuridica alle sedi locali; successivamente il D.P.R. 31.3.1979 lo aveva trasformato in soggetto avente personalità giuridica di diritto privato, disciplinato dalle disposizioni del codice civile e dallo statuto del 1962 (approvato con D.P.R. 19.1.1962) con esclusione di personalità giuridica propria per le sedi locali; b) in base a tale ricostruzione le Sezioni provinciali erano mere articolazioni dell’associazione, sulle quali l’ENPA nazionale aveva penetranti poteri concernenti l’approvazione del regolamento organico del personale periferico, l’amministrazione dei beni, la predisposizione di direttive e lo scioglimento dei consigli direttivi delle articolazioni locali; c) la sezione di Bologna, in data 18.9.1993, si era dotata di un proprio statuto, diverso da quello nazionale, con il quale intendeva sottrarsi a tali poteri di coordinamento e di controllo, in tal modo dando luogo ad una associazione - diversa da quella facente capo all’ENPA nazionale -, che aveva attuato una propria organizzazione, stampando nuove tessere di costo diverso rispetto a quelle nazionali ed assumendo proprie iniziative, come la richiesta di essere iscritta nel registro del volontariato della Regione Emilia Romagna; d) a tali eventi erano seguiti l’espulsione dei soci appartenenti a tale Sezione scissionista e la creazione di una nuova sezione, che venne commissariata dall’ente centrale; e) v’era quindi la necessità di ottenere la cessazione dell’uso denominazione ENPA e dei relativi segni distintivi da parte della nuova associazione, che, arrogandosi tale diritto, aveva cagionato notevoli danni, facendo insorgere nei terzi, ivi compresi i soggetti pubblici (come la Regione), confusione ed incertezza

2. Si costituiva ritualmente anche l’ENPA - Sezione di Bologna, che contestava le affermazioni attoree e, tra l’altro, esponeva che non aveva mai manifestato alcuna intenzione di separarsi dall’Ente nazionale, ma di voler unicamente riordinare, a scopo ricognitivo, la complessa normativa anche statutaria esistente, senza apportare alcuna modificazione in materia. Aggiungeva che le Sezioni provinciali avevano sempre avuto funzioni proprie con autonomia patrimoniale, amministrativa e fiscale, pur facendo parte di una più vasta compagine associativa, cosicché la volontà di dotarsi di una serie di norme interne di carattere meramente ricognitivo sarebbe stata conforme a tale autonomia, nella continuità delle persone, degli associati, della sede, del tipo di attività, come dimostrato anche dal fatto che la sezione commissariata non era mai stata operativa e comunque era già decorso il termine di sei mesi previsto dall’art. 6 dello statuto del 1962 entro il quale sarebbe stato necessario ripristinare gli organi rappresentativi a livello locale.

3. Con separato atto di citazione ritualmente notificato il 2.6.1997 la ENPA nazionale conveniva in giudizio avanti al medesimo Tribunale la stessa Sezione provinciale rivendicando la proprietà su due beni immobili, siti in Bologna nelle vie Dell’Unione e Zamboni, di cui la convenuta si era indebitamente impossessata sine titulo; chiedeva quindi la restituzione di tali beni e la condanna della convenuta al risarcimento del danno.

Anche in tale causa si costituiva ritualmente l’ENPA, Sezione di Bologna, svolgendo difese analoghe a quelle già proposte nel precedente giudizio.

4. Le cause riunite venivano istruite attraverso produzioni documentali e con sentenza n.1407, pubblicata in data 11.4.2002, il Tribunale di Bologna, in composizione monocratica, accoglieva le domande svolte dall’ENPA nazionale con l’unica eccezione della richiesta di risarcimento del danno, che riteneva non provato. Rilevava in particolare quel giudice che: a) la Sezione di Bologna in data 18.9.1993 aveva nominato propri organi direttivi e fornito ai soci tessere non autorizzate in sede centrale, in tal modo manifestando la volontà di dissociarsi dall’organo nazionale e di creare un ente autonomo, approvando uno statuto incompatibile con la struttura dell’ENPA nazionale, che esercitava un penetrante potere di direttiva e coordinamento sulle sezioni locali, prive di personalità giuridica; b) inoltre gli organi centrali avevano estromesso i soci “scissionisti”, che erano quindi estranei alla compagine sociale e non potevano fregiarsi della denominazione ENPA; c) l’uso di tale sigla aveva determinato una situazione di obiettiva confusione e di potenziale danno per l’ENPA nazionale, anche dovuta alla circostanza che l’ente locale aveva intrattenuto rapporti con soggetti pubblici e iscritto nuovi soci utilizzando tale denominazione; d) quanto poi alla rivendica dei beni immobili, l’ENPA nazionale ne era l’unico titolare, come risultava anche dalla loro intestazione formale, cosicché la Sezione locale li aveva illegittimamente occupati, mentre ai fini del risarcimento del danno l’attrice avrebbe dovuto dimostrare che il bene era destinato alla locazione o che la sua inutilizzabilità era stata fonte di spese.

Dichiarava quindi l’illegittimità dell’uso della denominazione ENPA da parte della Sezione di Bologna e condannava la convenuta ad astenersi dall’uso di tale segno distintivo e a restituire gli immobili rivendicati; compensava integralmente le spese di lite.

5. Avverso detta sentenza ha proposto impugnazione l’ENPA Sezione di Bologna (oggi Tutela Animali Bologna 1891), mentre l’ENPA nazionale ha contestato la fondatezza del gravame e proposto appello incidentale; la Sezione commissariata, pure evocata in giudizio, è rimasta, invece, contumace.

Rigettata l’istanza di sospensione della provvisoria esecuzione della sentenza di primo grado, all’udienza collegiale del 24.6.2003 la causa è stata posta in decisione sulle conclusioni in epigrafe trascritte e sono stati assegnati i termini previsti dal nuovo testo dell’art. 190 c.p.c. per il deposito delle difese finali.

 

MOTIVI DELLA. DECISIONE

6. L’ENPA Sezione di Bologna si duole in primo luogo del fatto che il giudice non abbia svolto la richiesta istruttoria testimoniale, assumendo anche come vere alcune circostanze in realtà rimaste indimostrate, come era accaduto per ciò che atteneva alla esistenza dell’ENPA di Bologna “commissariata” e per la pretesa espulsione dei soci “scissionisti”

7. Nel merito rileva che il primo giudice non ha correttamente ricostruito il rapporto che intercorre tra l’ENPA- nazionale e le sue articolazioni locali (Sezioni provinciali e Delegazioni comunali), risultando così la sentenza di primo grado priva di motivazione su di un punto fondamentale. Secondo l’appellante il D.P.R. 31.3.1979, ristabilendo la natura privata dell’ente, ha ripristinato la situazione esistente a seguito della R.D. n. 1284/’39, cosicché a tutte le articolazioni periferiche dell’ENPA “non può non attribuirsi la qualifica di Associazioni autonome ed indipendenti, sia pure non riconosciute” (pag. 13 dell’appello), come del resto aveva ritenuto la stessa associazione nazionale che sino al 1986 aveva invitato tutte le sezioni periferiche - anche dotate sino al 1991 di un proprio codice fiscale - a presentare proprie dichiarazioni ai fini dell’imposta sui redditi e I.V.A.. Tale natura di associazione autonoma della Sezione risulterebbe anche da altri indizi quali l’attribuzione alle sole sedi locali del potere si estromettere il socio ed il mancato coinvolgimento nella approvazione dei bilanci dell’ente nazionale dei singoli associati, che non vengono neppure convocati per designare le persone fisiche destinate a ricoprire le più alte cariche associative a livello nazionale, mentre l’elettorato attivo a livello locale compete solamente a quanti fanno parte della organizzazione periferica. Per tale via, in sostanza, il rapporto oggetto di contestazione andrebbe “inquadrato nel contesto di quel fenomeno che, secondo autorevole dottrina, va ricondotto al paradigma della associazioni dipendenti ‘per tali dovendosi definire quelle associazioni che presentano la peculiarità di essere autonome associazioni e, al tempo stesso, elementi di organizzazione di un diverso ente’” (cfr. pag. 15 dell’appello).

8. Nessuna volontà di dissociarsi dall’organo nazionale era poi ricavabile dallo statuto approvato dalla assemblea della Sezione bolognese del 18.9.1993, la quale era stata convocata con espresso richiamo alle norme dello statuto ENPA approvato con D.P.R. 1293/’62 (che sono sempre singolarmente richiamate nel nuovo testo) e con lo scopo di accertarne le parti ancora in vigore. Riprova del desiderio di rimanere nell’ente nazionale emergerebbe poi dalla stessa controversia in atto, ove “l’Associazione appellante altro, appunto, non chiede se non di essere riconosciuta parte essenziale dell’Associazione Nazionale” (pagg. 17 e s.).

Il primo giudice non aveva neppure chiarito come dall’atto di approvazione dello statuto potesse nascere un soggetto diverso, posto che, se soci dell’ENPA sono solamente le persone fisiche “la volontà modificativa dello statuto, in ipotesi manifestata da queste ultime, si risolverebbe, per definizione, in un atto nullo, se non addirittura inesistente, per intervenuta violazione di norma imperativa” (pag. 19).

Infine nessuna volontà di escludere il potere di coordinamento dell’ENPA nazionale vi sarebbe stata, pur dovendosi negare l’esistenza di un penetrante potere di direttiva in capo alla medesima.

9. L’ultimo profilo di gravame concerne la rivendica degli immobili, che è stata fatta discendere - erroneamente, secondo l’appellante - dall’accoglimento delle altre domande proposte dall’ENPA nazionale e che comunque non terrebbe conto della documentazione prodotta ed anche della circostanza che il decreto ministeriale del 6.6.1967 “aveva autorizzato all’acquisto del terreno di Granarolo la ‘Sezione provinciale di Bologna dell’Ente nazionale per la protezione degli animali’”.

10. Dal canto suo l’ENPA nazionale, oltre a svolgere appello incidentale in relazione al rigetto della domanda di risarcimento del danno (sul quale si ritornerà di qui a poco), ha riproposto le eccezioni relative al difetto di valida autorizzazione a stare in giudizio in capo al presidente della sede bolognese - difetto dal quale desume unicamente la decadenza dai mezzi istruttori e la inammissibilità delle domande riconvenzionali svolte in primo grado, essendo viceversa pacifico il rituale conferimento del potere rappresentativo per ciò che attiene al presente grado di giudizio - e di inammissibilità della domanda riconvenzionale svolta dalla Sezione provinciale ex art. 167 c.p.c.. Dette questioni, sotto il profilo logico, assumono rilevanza autonoma solamente per il caso in cui si ritenessero suscettibili di accoglimento i profili dell’appello principale, posto che in caso contrario rimarrebbe confermato l’integrale accoglimento delle domande formulate dall’Ente Nazionale senza necessità di esaminare le prove richieste e le domande riconvenzionali svolte dalla Sezione provinciale.

11. Occorre quindi scendere nel merito delle questioni sollevate dalla appellante principale, iniziando dalla pretesa natura di associazioni autonome non riconosciute di tutte le articolazioni periferiche dell’Ente Nazionale Protezione Animali, che sotto il profilo giuridico discenderebbe essenzialmente dalla “reviviscenza” delle situazioni create dal R.D. n. 1284/’39 (supra sub 7).

Il motivo non può essere condiviso.

In proposito, pur nelle indubbie difficoltà interpretative connesse ai ripetuti interventi legislativi sulla natura dell’ente, appare difficilmente sostenibile che le sezioni e le delegazioni possano riacquisire una natura di associazioni autonome in virtù di quanto disposto da una normativa antecedente alla stessa entrata in vigore del codice civile, con esclusione tuttavia - in conseguenza del disposto dell’art. 12 di tale codice - della personalità giuridica, che costituiva la caratteristica peculiare della normativa speciale e che oggi si configura solamente per effetto di riconoscimento con Decreto del Presidente della Repubblica. Sul piano ermeneutico si dovrebbe quindi affermare che: a) la natura di associazione autonoma delle sezioni si ricaverebbe da norma preesistente e sicuramente incompatibile con l’attuale ordinamento (lo stesso appellante giustamente parla, a proposito dell’art. 2 del R.D. 1939 n. 1284/’39, di “intervenuta abrogazione tacita”); b) tali ipotetiche associazioni non riconosciute sarebbero poi “elementi” - secondo la costruzione della associazioni dipendenti, che la difesa dell’appellante vorrebbe applicare al caso di specie - dell’ENPA nazionale, che avrebbe invece, per effetto dell’intervenuto riconoscimento, le caratteristiche ed i vincoli, anche a garanzia dei terzi, propri della persona giuridica (il processo di matrice soprattutto dottrinale, che conduce ad un progressivo avvicinamento tra tali due realtà, non è certamente giunto a conclusione e non ha ancora portato ad una loro totale parificazione sul piano giuridico); c) nessuna rilevanza su tale situazione - che si fa risalire al 1939 - dovrebbe essere attribuita al D.P.R. 31.3.1979, che, pur incidendo radicalmente sulla natura dell’ENPA - ricondotta nell’ambito della associazioni di carattere privato -, conferiva tale natura alla sola struttura nazionale e nulla diceva sulle sue articolazioni periferiche, che viceversa (nella tesi dell’appellante) proprio per effetto del mutamento operato dal decreto avrebbero riacquistato veste di associazione, sia pure non riconosciuta (e ciò proprio perché ignorate dal richiamato decreto presidenziale).

Si tratta di una tentativo di ricostruzione che non è in realtà coerente con la evoluzione legislativa in materia; questa infatti ha condotto ad un riconoscimento della natura di associazione al solo ente nazionale, mentre le Sezioni provinciali e le Delegazioni comunali vengono disciplinate come mere articolazioni periferiche di tale unica struttura. Sotto il profilo squisitamente normativo, sintomatica in proposito è la disciplina dettata dalla L. n. 303/’54, che soprattutto in due delle sue norme rende evidente la struttura unitaria dell’ENPA: infatti l’art. 2 al suo secondo comma dispone che “l’Ente ha, in ciascun capoluogo di provincia, una Sezione provinciale e può istituire Delegazioni comunali”, ponendo così in risalto, non solo la unitarietà dell’ENPA, ma anche la natura di mere emanazioni della medesima a livello locale delle Sezioni e delle Delegazioni, mentre l’art. 4 espressamente demanda allo statuto la disciplina concernente “l’organizzazione ed il funzionamento centrale e periferico dell’Ente medesimo”, confermando così l’unicità della associazione.

Nel medesimo senso e poi certamente lo statuto dell’ENPA, approvato con D.P.R. 1293/’62, cui occorre comunque rifarsi per verificarne la concreta struttura associativa. In proposito può richiamarsi, innanzi tutto, l’art. 22, che individua le tipologie dei soci con riferimento a caratteristiche proprie delle persone fisiche (quali possono essere i soci onorari, benemeriti, perpetui, sostenitori, ordinari giovanili; il dato non è controverso) e non fornisce alcuna indicazione utile ad attribuire la qualifica di soci alle singole sezioni o delegazioni periferiche. Particolare rilievo assume poi l’art. 6 che attribuisce al Consiglio Centrale una serie di competenze, tali da determinare un potere di controllo e di direttiva, incompatibile con una struttura di associazione autonoma della articolazioni periferiche, attribuendo a tale organo centrale la competenza: ad emanare i regolamenti necessari per il funzionamento dell’ente, ivi compreso quello relativo al personale anche periferico; delegare alle sezioni e alle delegazioni la eventuale gestione di cespiti mobiliari o immobiliari; deliberare la istituzione delle delegazioni su proposta delle sezioni; stabilire le direttive per l’attività degli organi centrali e periferici dell’ente, nominando gli ispettori per la vigilanza ed il controllo delle sezioni e delle delegazioni; ratificare le elezioni dei componenti dei Consigli direttivi delle sezioni delle delegazioni, potendo anche scioglierli. Infine l’art. 12 attribuisce all’ente la creazione delle sezioni - che non sono quindi frutto di spontanee associazioni, ma discendono da scelte specifiche dell’ENPA nazionale - e ne determina anche la denominazione (”Ente Nazionale per la Protezione degli Animali, Sezione di …”), con ciò stesso connotandone la dipendenza dalla struttura centrale.

Di contro a tali univoche risultanze non possono assumere rilievo dirimente le circostanze addotte in senso contrario dalla appellante. In particolare può osservarsi:

  1. la presentazione sino al 1986 da parte delle sezioni periferiche di proprie dichiarazioni dei redditi o l’attribuzione di codice fiscale, sono state poi superate dalla nota del Ministero delle Entrate del 18.4.1994, che ha negato autonoma soggettività tributaria alle Sezioni provinciali proprio per effetto delle strette attività di indirizzo e di controllo svolte dalla sede centrale dell’ente, cosicché vi è ora un’unica “prima nota” su piano nazionale, un unico numero di partita IVA e di codice fiscale, un unico modello 770 per la dichiarazione delle “ritenute di acconto”, relative anche al personale delle sedi periferiche, un’unica dichiarazione IRPEF (le circostanze, esposte a pag 39 e s. della comparsa di risposta, non sono contestate);

     

  2. la mancata convocazione dei soci per la approvazione dei bilanci (affidata al Consiglio Centrale ex art. 6 lett b dello statuto del 1962) e per le elezioni delle cariche associative (la cui nomina è affidata ai Rappresentanti regionali eletti dai presidenti delle Sezioni provinciali delle Delegazioni; cfr. artt. 29 e ss.), non fornisce alcun elemento univoco per affermare la natura associativa autonoma delle Sezioni e delle Delegazioni ed è probabilmente dovuta alla difficoltà di coinvolgere in tali atti la numerosa e dispersa massa dei soci;

     

  3. la esclusione del socio deliberata solamente dalla sezione e l’elettorato attivo, che compete per gli organi locali solamente a chi ivi risiede, trovano la loro ragion d’essere nella stessa esistenza delle articolazioni periferiche, che, proprio per tale loro particolarità e senza assurgere ad autonome associazioni, sono quelle che meglio possono esprimere valutazioni su realtà meglio conosciute, proprio perché tipicamente locali, quali sono indubbiamente la esclusioni da socio e le votazioni relative agli organi destinati ad operare in sede;

     

  4. la stessa rappresentanza delle Sezioni provinciali attribuita al presidente delle Sezioni dall’art. 14 dello statuto (cfr. comparsa conclusionale della appellante pag. 6) non è certamente univoca; essa infatti si contrappone alla “rappresentanza legale dell’Ente” attribuita al solo presidente nazionale ed assolve anch’essa alla necessità di favorire l’attività locale della Sezione, cui indubbiamente viene riconosciuta un limitata autonomia.

12. Quanto detto vale poi per risolvere le altre questioni sollevate dall’atto di appello con riferimento alla mancanza di ogni volontà di dissociarsi dall’ente nazionale (supra sub 8).

Infatti appare sin troppo evidente che nessun potere di “accertamento” o di interpretazione dello statuto nazionale poteva essere riconosciuto in capo ad una mera articolazione periferica dell’ENPA, così come nessun potere di adottare un statuto, fosse esso o meno meramente ricognitivo, poteva essere riconosciuto a detta articolazione. Quindi l’unico significato attribuibile alla deliberazione adottata dalla assemblea della sezione di Bologna in data 18.9.1993 era quello di volersi di fatto separare dall’ENPA nazionale, ponendo nel nulla i poteri di controllo e di direttiva previsti dallo statuto del 1962, creando una associazione - questa sì - autonoma e distinta, che prendeva vita unicamente dalla delibera adottata e non poteva quindi più far legittimamente uso della denominazione “Ente Nazionale Protezione Animali” o della sigla “ENPA”.

Per le medesime ragioni non può neppure fondatamente sostenersi che proprio tale mancanza, in capo ai soci facenti parte della sezione bolognese, del potere di incidere sullo statuto nazionale determini una inesistenza o nullità della relativa delibera, che sarebbe perciò improduttiva di effetti; infatti tale decisione rileva unicamente quale fatto generativo dell’illecito comportamento della Sezione, che divenuta associazione del tutto autonoma, pretendeva tuttavia di presentarsi egualmente quale articolazione dell’ENPA Nazionale.

La delibera approvata, inoltre, non aveva scopo meramente ricognitivo; infatti notevoli sono le differenze esistenti tra i due statuti (cfr. le pagine 47 e ss. Della comparsa di risposta), tra le quali merita di essere sottolineata quella attinente ai rapporti con l’amministrazione centrale, cui vengono unicamente riconosciute funzioni “di raccolta e di coordinamento delle delibere, se di interesse nazionale, delle Sedi Locali, nonché di rappresentanza delle stesse presso Parlamento e Governo nazionali e presso organizzazioni internazionali”, mentre si escludono le “ingerenze” patrimoniali e amministrative (art. 18) : in tal modo si escludono le penetranti funzioni di direttiva e controllo riconosciute dall’art. 6 dello statuto approvato con D.P.R. 1292/’62 (supra sub 11) e si pongono le sezioni provinciali in una situazione di sostanziale indipendenza, incompatibile con la struttura unitaria dell’ENPA (si veda anche l’art. 7 che distingue due sole tipologie dei soci, individuati in sostenitori ed ordinari, e determina le modalità di quantificazione del contributo). Si tratta quindi di un tentativo di radicale trasformazione dello statuto approvato nel 1962, il cui ambito di incertezza interpretativa in nessun caso poteva condurre ad una deliberazione di una articolazione periferica - anche a volerla ritenere legittimata in tal senso, contro quanto si è immediatamente sopra affermato - che giungeva (non a chiarire questioni oggettivamente dubbie, ma) a sovvertite la struttura stessa del rapporto tra ente nazionale e sue sezioni e delegazioni.

Lo statuto quindi è palese dimostrazione della esistenza di una volontà degli associati alla Sezione bolognese si creare una associazione autonoma, a nulla rilevando che - come affermato dalla appellante - manchi una espressa approvazione di un atto costitutivo, posto che la volontà di costituire una associazione ben può ricavarsi implicitamente dalla approvazione di uno statuto autonomo.

Per concludere su tali primi due profili della impugnazione pare utile una ulteriore annotazione, che discende immediatamente dalle circostanze di fatto allegate dalle parti, dalle quali possono discendere effetti giuridici diversi da quelli indicati e che spetta al giudicante qualificare. Se anche - disattendo tutto quanto si è sin qui affermato - si volesse affermare che le Sezioni provinciali dell’Enpa sono associazioni autonome non riconosciute, “dipendenti” dalla associazione nazionale e se anche, in base a tale considerazione, si ritenessero munite di un autonomo potere statutario, ciò nonostante si dovrebbe comunque escludere che la Sezione di Bologna a seguito della approvazione dello statuto in data il 18.9.1993 possa ritenersi ancora come facente parte dell’ENPA nazionale, dovendosi quindi anche per tale via confermare le statuizioni della sentenza di primo grado. Non v’è infatti dubbio che la netta recisione di gran parte dei legami dettati dallo statuto del 1962 per regolare i rapporti tra l’ENPA nazionale e Sezioni, attuato in tale occasione, porrebbe comunque la Sezione bolognese al di fuori della “associazione complessa”, che non avrebbe in sostanza più alcun potere reale di controllo e di direttiva sulla “associazione locale”; questa, pertanto, non potrebbe più essere qualificata come “dipendente” e sarebbe comunque un associazione nuova (in questo caso rispetto alla precedente “associazione dipendente”) non più in rapporto con ENPA nazionale e, quindi, egualmente illegittima sarebbe l’adozione della denominazione, che non potrebbe più utilizzare.

13. Alla luce di quanto si è sin qui detto non v’è dubbio che vada condivisa la scelta del primo giudice di non dare ingresso alle prove orali articolate dalla odierna appellante, inidonee ad impedire l’accoglimento delle domande attoree. Infatti, da un lato, non v’è dubbio che la usurpazione della denominazione da parte del nuovo organismo è ipotizzabile indipendentemente dalla effettiva operatività della “sezione commissariata” (supra sub 6), posto che la possibilità di confusione tra le due associazioni (ENPA nazionale e Sezione), distinte l’una dall’altra, ben poteva verificarsi indipendentemente da una reale e rilevante presenza della ENPA nazionale in sede bolognese, anche a seguito delle difficoltà determinate dalla azione posta in essere dalla autonoma ed illegittima associazione provinciale. Paramenti irrilevante è la prova che riguarda l’esclusione o meno dall’ENPA nazionale dei soci “scissionisti”, posto che anche tale circostanza - richiamata dal primo giudice unicamente per rafforzare la volontà in tal senso della nuova associazione, già ricavata aliunde - non incide significativamente sulla distinzione tra le due associazioni e sulla conseguente illegittimità del contegno tenuto dalla odierna appellante, illegittimità che prescinde dal fatto che, in ipotesi, gli aderenti a questa nuova associazione facciano parte anche dell’ENPA nazionale, che per errore o altra ragione non ha provveduto ad espellerli.

Da ultimo, sempre per ciò che attiene alle prove, va anche sottolineato che l’appellante, pur rilevando il mancato loro espletamento quale primo motivo di gravame, nelle conclusioni non le ha in alcun modo riproposte, neppure per relationem.14. L’ultimo motivo della impugnazione principale (

supra sub 9) prende atto che l’accoglimento della azione di rivendica relativa agli appartamenti di via Dell’Unione e di Via Zamboni in Bologna è corollario di quanto affermato nella sentenza di primo grado circa i rapporti tra le due associazioni, che, come si è sin qui visto, va integralmente condiviso; non v’è motivo quindi per discostarsi dalla statuizione sul punto del primo giudice.

Né può dirsi che la documentazione prodotta incida su tale situazione, posto che la intestazione formale degli immobili presso la conservatoria dei registri immobiliari reca l’intestazione all’ENPA, con ciò stesso riferendosi alla sola appellata, di cui la Sezione provinciale, per quanto detto - prima del tentativo di scissione posto in essere - era una mera articolazione periferica; in nessun caso quindi potrebbe configurarsi una titolarità in capo alla appellante e a nulla giova l’autorizzazione prodotta, che ha ad oggetto altro immobile (”terreno sito in Granarolo”) e comunque si riferisce sempre alla articolazione locale della ENPA nazionale.

15. Per ciò che attiene poi alla appellata Sezione provinciale commissariata di Bologna, evocata in questa fase di gravame perché parte di uno dei due giudizi di primo grado, è appena il caso di osservare che essa, per quanto detto, è unicamente articolazione periferica dell’ENPA nazionale (che ha assunto le proprie conclusioni anche con riferimento agli immobili di Bologna) e nessuna pronuncia va quindi assunta nei suoi confronti.

16 Occorre quindi occuparsi dell’appello incidentale, relativo al risarcimento del danno, richiesto dall’ENPA nazionale e non riconosciuto dal primo giudice (cfr.supra sub 4d) .Secondo l’appellante incidentale, alla pronuncia relativa alla insussistenza di un titolo idoneo a possedere gli immobili de quo avrebbe dovuto conseguire la determinazione del quantum del danno patito attraverso o la rimessione in istruttoria “o delegando tale determinazione ad un giudizio a parte” (pag. 64 della comparsa di risposta).

In proposito va immediatamente notato che l’attrice non ha limitato la propria domanda iniziale alla condanna generica e, quindi, non è possibile rimettere ad altro giudizio la determinazione concreta del danno, dovendosi provvedere in questa sede processuale sulla base delle prove che era onere dell’ENPA fornire.

In merito va rilevato che - anche a voler condividere la giurisprudenza richiamata dall’ENPA nazionale, che per l’ipotesi di occupazione abusiva considera l’esistenza del danno in re ipsa e fa ricorso al cosiddetto “danno figurativo”(ex plurimis, cfr. Cass. n. 13630/01) e pur non potendo assumere rilievo il provvedimento del Tribunale di Bologna in data 27.4.1993 invocato dalla appellante principale (cfr. pag. 22 dell’appello), che non rende certamente legittimo il possesso sine titulo della Sezione di Bologna - comunque l’ENPA non ha fornito elemento alcuno, neppure di carattere indiziario, per ciò che attiene all’ammontare del pregiudizio subito (dimensioni degli immobili, stato di conservazione, situazione con riferimento ad eventuali contratti di locazione in essere, valutazione di parte circa il valore locativo ecc.), limitandosi a richiedere una consulenza tecnica che non può essere strumento di relevatio ab onere probandi, ma è unicamente un aiuto nella valutazione degli elementi già forniti dalla parte, valutazione che il giudicante, per evitare inutili ritardi, deve essere posto comunque in grado di compiere autonomamente.

L’ENPA non ha assolto a tale suo onere e la domanda di risarcimento non può che essere respinta, modificandosi per quanto di ragione la motivazione adottata dalla sentenza gravata.

17. Non rimane che occuparsi delle spese di lite relative ad entrambi i gradi del giudizio. L’ENPA Nazionale, infatti, vorrebbe la condanna della convenuta anche con riferimento alle spese di primo grado in virtù della soccombenza prevalente. In realtà il giudice di primo grado ha giustamente ritenuto di operare la compensazione integrale delle spese di lite per “la particolarità della vicenda” e per “le problematiche giuridiche in essa dibattute” e su ciò nulla viene detto dalla appellante incidentale.

Anche tale capo della sentenza impugnata va quindi confermato, dovendosi dichiarare per i medesimi motivi interamente compensate anche le spese del presente grado.

 

P.Q.M.

La Corte di Appello di Bologna, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza, deduzione ed eccezione disattesa, così dispone:

a) respinge l’appello proposto da Tutela Animali Bologna 1981 (già l’ENPA Sezione Bologna) nei confronti di E.N.P.A. - Ente Nazionale per la protezione degli animali e l’appello incidentale da questa proposto avverso la sentenza n.1407 del Tribunale di Bologna in data 11.4.2002, che conferma integralmente;

b) dichiara interamente compensate tra le parti anche le spese relative alla presente fase di appello

Così deciso nella camera di Consiglio della III^ Sezione civile della Corte di Appello il giorno 31.10.2003

IL PRESIDENTE

Dott. Carlo Vecchio

IL CONSIGLIERE EST.

Dott. Giuseppe Colonna

 

Deposito in Cancelleria il 14/01/2004

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